Il busto di Lenin

 

Busto di Lenin - Wikipedia

 

 

   Sarà perché è stato protagonista, maestro e ispiratore del “secolo breve” (1914-1991); [1] sarà perché, come ebbe ad osservare Freud, ciò che viene rimosso, pur essendo seppellito, non muore mai (e la salma di questo personaggio, davanti alla quale continuano a sfilare milioni e milioni di persone provenienti da tutto il mondo, giace imbalsamata in un mausoleo); sarà perché, come ha scritto Marx, «il comunismo è una forza sociale materiale, che vince la nostra intelligenza, conquista i nostri sentimenti, salda la nostra coscienza con la nostra ragione, è una catena di cui non ci si può sbarazzare senza spezzarsi il cuore; è un demone di cui l’uomo non può trionfare che sottomettendosi a lui»; ma il fantasma di Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin, [2] perché è ancora di lui che si parla, non cessa, magari effigiato in un busto di bronzo o di marmo, di visitare, come l’ombra di Banco, le nostre notti e di influire, come un dèmone meridiano, sui nostri giorni.

 

   Una carica radioattiva così potente dal punto di vista storico e così ricca di significati dal punto di vista simbolico non poteva non trovare espressione anche sul piano letterario. In occasione di questo 150° anniversario della nascita del grande rivoluzionario russo, merita perciò una segnalazione retrospettiva il romanzo di Giuseppe Caliceti intitolato Il busto di Lenin (Sironi, Milano 2004). L’autore,  maestro di scuola elementare e scrittore, è infatti riuscito a mostrare con questa narrazione come la potenza evocativa di quel fantasma agisca ancora nella vita, nei pensieri, nei cuori e nelle azioni di persone in carne ed ossa.

 

   La vicenda è ambientata a Cavriago, un paesino situato a otto chilometri da Reggio Emilia, dove, nella piazza centrale, fa bella mostra di sé un busto di Lenin che fu donato dall’URSS nel 1971 quale segno tangibile di fraternità internazionalista per la colletta di 500 lire (al tempo una bella somma di denaro) promossa nel 1919 dai braccianti e dagli operai di Cavriago a sostegno della Rivoluzione d’Ottobre - fatto che sarà persino citato dallo stesso Lenin come esempio di internazionalismo proletario militante in un suo discorso ad una delle assise della Terza Internazionale -. Protagonisti della vicenda sono cinque terribili vecchietti ex partigiani, che mettono in campo tutta la loro determinazione, tutta la loro sagacia e tutta la loro astuzia per impedire - in quel nefasto biennio 1989-1991 che vede susseguirsi il crollo del muro di Berlino, lo scoppio della prima guerra del Golfo, lo scioglimento del PCI e la dissoluzione dell’URSS - che il monumento venga rimosso, come chiedono a gran voce le forze reazionarie locali (e non solo locali).

 

   Il romanzo, pur essendo frutto della libera rielaborazione svolta dall’autore, poggia su una solida base costituita da documenti storici, rassegne stampa e testimonianze orali degli anziani. Al centro di esso vi sono il valore della solidarietà e il valore della memoria storica come vincolo fra le generazioni (i dinamici vecchietti, nella loro azione di resistenza e di salvaguardia del busto di Lenin, riusciranno infatti a coinvolgere i giovani del paese, quelli che indossano la maglietta con l’effigie di Che Guevara).

 

   Chiaramente il busto di Lenin è anche una metafora: rappresenta, cioè, il legame profondo con la storia. Così come è un’altra metafora, ma di segno opposto, la volontà di toglierlo. Accade perciò che, nella crisi verticale dell'identità collettiva e individuale di questi ex partigiani, il busto di Lenin divenga il simbolo stesso della loro vita, sicché la partita che viene ingaggiata ha come posta in gioco la difesa di quell’identità.

 

   Per la cronaca, il busto di Lenin è ancora al centro della piazza di Cavriago, è mèta di un ininterrotto viavai di visitatori che, a  gruppi o singolarmente, sostano davanti ad esso, spesso salutando con il pugno chiuso, e depongono alla sua base mazzi di fiori rossi, mentre gli anziani del bar della piazza controllano che tutto si svolga in modo ordinato e corretto (purtroppo, di notte, non sono mancate anche le spedizioni fasciste con imbrattamento di svastiche e di croci celtiche). Che questo succeda a Cavriago, mentre in tanti altri centri, grandi e piccoli, dei paesi dell’Est continuano ad essere rimossi e abbattuti monumenti di tutte le dimensioni dedicati a Lenin, non deve meravigliare più di tanto se si considera che a Cavriago, così come in altri paesi dell’Emilia Romagna, è presente e radicata, fusa con le tradizioni locali, una memoria di classe, operaia e bracciantile, popolare e giovanile, una sorta di ‘garofano rosso’ che le taglienti cesoie della omologazione non sono ancora riuscite ad estirpare.

 

   Del resto, l’interesse per il pensiero e l’opera del grande rivoluzionario russo è tutt’altro che appassito, come attèstano, oltre al romanzo di Caliceti, il saggio filosofico-politico Tredici volte Lenin di Slavoj Zizek, che reca un sottotitolo quanto mai significativo: Per sovvertire il fallimento del presente, la serie di articoli dedicati al pensiero e all’opera di Lenin in questo stesso sito e – ‘last but not least’ - la ristampa anastatica delle “Opere complete” di Lenin realizzata dalle edizioni Lotta Comunista.

 

 

Eros Barone

 

 

Circolo Culturale Proletario di Genova

 

Maggio 2020

 

 

 

 



[1] Valerio Castronovo ha però sostenuto con validi argomenti una diversa periodizzazione rispetto alle dimensioni storico-geografiche del secolo breve di Hobsbawm (dimensioni che, avendo come ‘terminus a quo’ la Rivoluzione d’Ottobre e come ‘terminus ad quem’ il crollo del muro di Berlino, comprendono la “guerra civile europea” e la “guerra fredda”, cioè poco più di un settantennio di storia occidentale). L’ottica adottata dallo storico italiano spazia infatti su tutto l’arco del secolo e su tutti gli scacchieri geopolitici e geo-economici mondiali, ponendo in forte risalto il carattere complesso e tutt’altro che concluso del secolo XX.

[2] Lo pseudonimo deriva dal nome del fiume siberiano Lena e fu scelto da Vladimir Il’ič Ul’janov in ricordo della sanguinosa repressione di una rivolta di minatori ad opera dell’esercito zarista.